Come dice De Kerckhove: “l’alfabeto fonetico ha fornito l’ispirazione di fondo e il modello per i codici più potenti dell’umanità: la struttura atomica, la sequenza genetica, i bit del computer”1.

La parola parlata si è prima trasformata in un codice per essere trasportata su un supporto materiale, poi è divenuta energia trasportata da autostrade elettriche e visualizzata su video-supporti.

Solo attraverso la sintesi di un codice l’uomo ha potuto unirsi in comunità sempre più ampie. Condividendo le propri angosce e le proprie gioie, le proprie scoperte e la propria esperienza, ci si è aggregati fino ad arrivare agli Stati moderni, al mercato unico, alla libera circolazione delle idee, del denaro, delle persone. L’energia elettrica ha avuto la funzione di rendere la velocità delle informazioni assoluta, capace di attraversare lo spazio e di arrivare immediatamente al luogo voluto. Dalla sua invenzione il problema era quello di trasformarla in informazione fruibile dall’uomo. Il telegrafo ed il codice Morse prima, il computer e il codice binario dopo, si sono assunti questo compito: di interfaccia tra uomo e macchina attraverso l’elettricità.

“Oggi il nuovo «senso comune» è il processo di digitalizzazione. Attraverso il processo di digitalizzazione, tutte le fonti di informazione, inclusi i fenomeni materiali, i processi naturali e le simulazioni sensoriali – per esempio nei sistemi di realtà virtuale ­– sono resi omogenei in stringhe di sequenza 0/1, o acceso-spento. [Il codice binario è in grado al pari dell’alfabeto] di filtrare in tutte le sostanze e di tradurle al proprio interno”2, rendendole comunicanti.

Scomporre per ricomporre è il modo in cui l’alfabeto fonetico ha ingabbiato la lingua parlata; ha scomposto delle unità significanti come intero (le parole), traendole in un codice che astraeva dal significato, (l’alfabeto). Le lettere non hanno – da sole – alcun significato, se non all’interno di un codice che si basa sulla fonetica, l’alfabeto fonetico. Per dirla alla McLuhan: “abbinando un segno privo di significato ad un suono privo di significato abbiamo ricostruito la forma e il significato dell’uomo occidentale”3.

Ora, con la scoperta del personal computer e del digitale, serve un ulteriore linguaggio che trasformi il caos di bit in informazione fruibile facilmente dall’uomo comune. “Diversi milioni di persone non saprebbero nulla di computer, se non fosse stato inventato il Macintosh della Apple, che si poteva imparare ad usare in un pomeriggio, contro i mesi di pratica laboriosa richiesta agli utenti della maggior parte dei sistemi IBM […]. Ci stiamo abituando a conversare con lo schermo del computer come fosse un’estensione della nostra mente”4.

Il linguaggio elettrico della digitalizzazione penetra ogni prodotto umano, sia come applicazione che come produzione. La digitalizzazione crea un museo elettronico presente e passato che aumenta continuamente. Aver trovata la particella più piccola che riesce a tradurre al proprio interno tutto il riproducibile e a mischiarlo, vuol dire aver trovato una logica dell’informazione. Ma in questo caso non si compongono programmi, si compone una realtà, appunto digitalizzata.

Come Platone proponeva ai suoi contemporanei una conoscenza meno legata all’immagine concreta e più vicina all’immagine astratta, così i bit ed il computer cercano di sostituirsi nuovamente come paradigma culturale, più problematico dell’epoca di Platone, in quanto i bit non sono un processo visibile, ma avvengono all’interno di un algoritmo, all’interno di un calcolatore, all’interno di un’interfaccia, che fanno da filtro, fino ad arrivare al fruitore.

Ci stiamo abituando ad usare le nostre facoltà intellettive ed i nostri sensi tramite dei supporti che ci consentono di aumentarne la potenza; non è detto che ne abbiamo bisogno.

1 De Kerckhove, La pelle della cultura (1995), tr. it. 2000, p. 46.

2 De Kerckhove, tr. It. 2000, p. 93-94.

3 M. McLuhan, La galassia Gutemberg, tr. it. 2006 p. 68.

4 De Kerckhove, tr. It. 2000, p. 106-107.