La prima esternazione della conoscenza o della tradizione avviene con la lingua parlata, nello stilema poetico, cadenzato. In seguito, con l’invenzione della scrittura, le parole si staccano dal contesto in cui vengono emesse. Il calcolatore rappresenta un passo ulteriore, non solo estroflette dal contesto il contenuto veicolato e lo rende riproducibile, ma anche consente di estroflettere parte dell’elaborazione dei dati. In altre parole – il calcolatore – attua dei processi cognitivi automatici altrimenti svolti dall’utente. Ad esempio solo con una azione sullo schermo posso individuare una immagine e spostarla in un altro contesto, con una sola azione trovo/prendo/sposto/registro/cambio.

Tutte le culture vengono alimentate da supporti mediali, la produzione di oggetti culturali ha inglobato lo spazio reale nella propria modalità, e l’ha trasmessa all’uomo, fin dall’antichità. Con i media digitali, la produzione di oggetti culturali non cessa mai la propria produzione, e sommerge l’uomo di informazioni continue, live.

La sovrapproduzione di informazione dà vita ad un mondo parallelo, virtuale, che si svolge in ogni luogo; è un mondo navigabile, nel quale posso scegliere una traiettoria. La traiettoria è un modo di narrare il database ed un modo di narrare se stessi. Il narrare di sé implica una personalità e un linguaggio attraverso cui esprimere la propria personalità.

Il database e il moto mnemonico incidono sulla totalità dell’uomo e incidono soprattutto sulla narrazione che l’uomo fa di sé. Nella narrazione la memoria è sia interna che esterna. Abbiamo visto che nella cultura mediata dai media la tendenza della memoria esterna è quella della narrazione database. Resta pur sempre il fatto che pur applicando dei filtri, per quanto buoni essi siano, ci viene incontro sempre nella sua totalità un eccesso di informazione, cioé di memoria. Giuseppe Longo chiama questa enorme massa di memoria la creatura planetaria, una creatura che “valendosi dell’apparato e della tecnologia e innervandosi nella rete, […] tenderebbe ad assoggettare a sé tutti i desideri e tutte le aspirazioni individuali […]”1.

Una memoria esterna e interna nella quale si crea l’unico mondo possibile. Una creatura che si impone come un vero e proprio soggetto di conoscenza, dotato di database onnicomprensivo, che si rinnova continuamente. E’ una schiacciante massa di dati racchiusa in un mega-database, che minaccia molto da vicino la stabilità psichica dell’individuo.

Dovessimo accumulare tutti i dati che ci vengono forniti giornalmente impazziremmo, il nostro corpo non può ricevere dati a velocità istantanea e immagazzinarli tutti.

La tesi che si vuole qui esprimere è: all’accumulo eccessivo di informazione interviene nell’uomo un marcatore di oblio. Nell’eccessiva ricezione dell’informazione attraverso i sensi, l’essere umano deve sviluppare delle risacche dove collocare i dati ricevuti. Non tutto il fluire dell’informazione può essere ricevuto nello stesso modo e nello stesso ordine d’importanza. Così ci saranno dei dati che all’occorrenza restano nella memoria a lungo termine, così come alcuni dati verranno dimenticati nel giro di pochi secondi o minuti. In tutti questi casi deve scattare il marcatore dell’oblio, cioè un’etichettatura istantanea che faccia dileguare il ricordo. Dice sempre Longo: “non, si badi, un oblio casuale e disordinato come quello che affligge i vecchi o gli scolari svogliati: bensì un oblio volontario, selettivo, basato sul desiderio di fare spazio a nuove e più importanti conoscenze”2. Quindi un oblio cosciente.

Alla sovrapproduzione di dati noi rispondiamo con l’oblio volontario, che tende a limitare la velocità dell’informazione. Per Longo la nostra dimensione creativa – e in particolare la narrazione di sé –, “è legata, nell’uomo, alla pratica dell’oblio e della memoria, saggiamente intrecciate e basate su una scala di valori che metta ai primi posti, appunto, il senso”3. Secondo il teorico dell’informazione, sia il senso che l’oblio del senso ­– ad esempio l’oblio di un evento traumatico –, può essere alle volte l’unica soluzione possibile. Qui il senso prende una conformazione creativa, variabile, curativa.

La creatura planetaria attacca e l’uomo risponde dando un senso anche alla creatura oscura, creando un nuovo Dio, un nuovo Golem.

Nella cultura mediata dai media elettronici la formazione del senso è anche la ricerca di una traiettoria possibile, che viene attuata attraverso l’attivazione di determinati filtri/ricettori che ricerchino con costanza determinati dati e non altri. Dimenticando questi ultimi, nella sovrapproduzione di senso, ricerco un senso privato. La ricerca del significato non deve per forza essere una scelta della razionalità, al contrario gran parte di quello che facciamo non lo facciamo razionalmente ma per istinto o sentimento4. Così i marcatori di oblio, possono essere chiamati marcatori semantici, cioè marcatori di senso.

Per rispondere al bombardamento di informazione quotidiana, servono dei marcatori che indicano nell’immediato una lettura di senso piuttosto che un’altra, o piuttosto che una dimenticanza.

Nell’impressione estetica, la memoria, nel preciso momento del ricordo, vuole un senso. Il senso rende una narrazione che facilita la memoria catalogante, in altre parole lo spettatore/utente attua un marcatore semantico in grado di decidere istantaneamente dove collocare o non collocare l’informazione ricevuta. Quindi deciderà se dimenticarla istantaneamente o ricordarla più o meno intensamente.

1 G. O. Longo (2000), p. 10.

2 Ibidem, p. 115.

3 Ibidem, p. 117.

4 Damasio dice che “dolore e piacere sono le leve di cui l’organismo ha bisogno perché le strategie istintive e quelle acquisite possano operare in modo efficiente”. I sentimenti agiscono laddove è presente “una ampia capacità di memorizzare categorie di oggetti e eventi” e confluiscono in una data cultura. Damasio, tr. it. 2005, p. 354-353.