Finora si è detto che la realtà si dispone in forma di schermo, ma per disporsi in forma di schermo ha anche bisogno di essere registrata e una volta registrata catalogata. La realtà ha bisogno di una raccolta dati in grado di mantenere in ordine il significato dei dati stessi. Il database rappresenta il nuovo concetto di narrazione, nel senso che attraverso la sua struttura dati dinamica, pone delle traiettorie che consentono di affermare una narrazione di dati.

Quindi il mondo contemporaneo ha forma di schermo ed è raccontato in un database.

Si può parlare di “nuovo algoritmo culturale”, nel senso che non solo lo schermo pone all’uomo un mondo già filtrato, ma l’uomo stesso si pone come filtrato. In altre parole anche la memoria personale si avvale delle stesse tecniche dei supporti nella fruizione delle realtà. L’era del computer crea una memoria collettiva e personale standardizzata nell’algoritmo: realtà/supporto/dati/database. Se con i mass media le informazioni erano perlopiù pubbliche sulla comunità nel suo complesso, adesso la mescolanza di informazione pubblica e informazione privata si riversa anche nelle operazioni cognitive, soprattutto per quanto riguarda le operazioni mnemoniche.

Si è capaci di ricordare la propria vita solo tramite il silenzio delle foto, o tramite il frastuono di un video. Anche la vita vissuta viene posta nella sottomodalità dello schermo digitale, diventando un documento, o un insieme di dati. L’algoritmo culturale diviene l’unico modo per affermare la propria vita, l’esistenza di essa. Si passa più tempo a registrare che a ricordare. Alcune volte si preferisce registrare un evento più che esserne partecipi. Il ricordo diretto viene sostituito da un oggetto materiale, che dispone un punto di vista narrativo privilegiato.

Anche i carabinieri usano le telecamere, è una forma narrativa che meglio della parola parlata si addice a fissarsi in un documento di prova.

Anche se vado in vacanza le foto digitali sono il ricordo più intenso che ho. Le foto digitali sono un documento che attesta la mia reale vacanza, come io la racconto. In questo moto non riscontro alcuna difficoltà, l’unico problema sta nel tempo e nell’accumulo. Tendenzialmente posso registrare una quantità di fotografie infinita, con una spesa accessibile posso accumulare dati, ma come faccio poi a riutilizzarli, come supportare la mia narrazione con delle foto non ordinate. Come già detto serve un database in grado di indicizzare le foto e in grado di disporle in modo ordinato. Ad esempio facebook o instagram.

Nella mescolanza delle realtà la cultura dello schermo sceglie già da sempre la realtà mediata della copia, in quanto “più precisa” e riproducibile. Sceglie una realtà filtrata, abbellita, manipolata. Allora, le narrazioni del mondo e le narrazioni dell’intimità presentano gli stessi algoritmi.

Ogni volta che voglio comunicare qualcosa di me userò un oggetto materiale, cioè un oggetto che racconti qualcosa di me, che io voglio sia esternato. Il luogo neutro condiviso, diviene l’unico possibile, e la massima condivisione avviene con il computer e internet. Immettere un filmato privato è semplice, basta collegarsi al sito e trasferire un proprio file sul sito; tutto avviene nello stesso luogo e con le stesse modalità con cui avviene una qualsiasi azione sullo schermo. Il computer non fa distinzioni tra variabili, per esso basta siano tutte dello stesso tipo. Le operazioni che portano ad inserire un filmato privato in rete avvengono in modo “privato”, da casa, dal proprio pc, seguendo le operazioni standard che si seguono per qualsiasi altro documento. Ma rimane un filmato privato, cioè, il suo significato dovrebbe restare nell’intimità di chi ne ha la proprietà. Vi è confusione, il privato ed il pubblico stanno nello stesso posto.

Nella proliferazione dell’algoritmo, i dati una volta registrati diventano stringhe 0/1, in altre parole perdono il loro senso originale, e divengono dati a cui dà senso la catalogazione. Ma nella catalogazione esterna della memoria interna, l’uomo ritrovando il senso disposto da oggetti mediali, ritrova anche se stesso come oggettivato in un oggetto mediale. Quindi anche la narrazione del proprio modo di essere tenderà a svolgersi tramite un supporto.

La narrazioni di sé si arricchisce di registrazioni su supporti mediali, l’insieme di questi supporti formano una sorta di io incorporeo, che calza alla memoria interna come un vestito. In questo senso ci scambiamo oggetti culturali (ad esempio foto) come esperienza vissuta, e anche il riconoscimento reciproco tende a diventare uno scambio di dati.