Lo schermo digitale al pari di un quadro produce effetti estetici sullo spettatore, in ogni luogo pubblico ci sono quadri e schermi digitali, quasi in ogni momento della vita pubblica e privata abbiamo la possibilità di guardare uno schermo.
Lo schermo o un’immagine in generale provoca delle sensazioni, come dice Wittgenstein “forse la cosa più importante in rapporto con l’estetica è ciò che si può chiamare reazione estetica, ad esempio, insoddisfazione, disgusto, disagio”1.
La logica dello schermo elettronico pone in prospettiva multipla l’uomo, che si trova straniero, in un ambiente prodotto da supporti, ma che trova rimedio nella risposta allo schermo, nella risposta dei sensi attiva o passiva.
Se “l’impressione più importante prodotta da un quadro è un’impressione visiva […]”2, al pari un qualsiasi schermo elettronico produce un’impressione visiva e auditiva. (Si hanno delle sensazioni – non c’è divisione corpo e mente nell’impressione visiva).
Nell’impressione estetica di uno schermo elettronico può accadere che sottoponendosi volontariamente alla “video-ipnosi” vengano stimolati anche altri sensi non direttamente coinvolti, ad esempio il senso dell’olfatto. Questo può accadere in quanto la facoltà di vedere la cornice – ed accorgersi che non si è direttamente coinvolti nell’avvenimento, ma attraverso supporto – è volontariamente sospesa, con tutte le conseguenze che ciò può portare.
Ovviamente riusciamo a discernere se una bistecca è vera o è elettronica in base a delle regole che intuiamo attraverso il senso del tatto e dell’olfatto, attraverso cioè una auto-sospensione dall’illusione. Ma tutti si sono trovati a desiderare intensamente una immagine elettronica dello schermo. Non ci si ferma mai a considerare la cornice dello schermo (il supporto). Persiste sempre un alone di immedesimazione volontaria e a-giudicante. E’ come quando da bambini si ripete ad alta voce una parola ripetutamente, consecutivamente e sempre la stessa; il significato della parola in questione perde d’importanza, se ne sente solo il suono, (la parola) perde la sua denotazione. In modo analogo se guardo uno schermo, la voce e le immagini si ripetono, consecutivamente e sempre, il significato dell’immagine perde d’importanza, e se ne sente solo l’affezione, si perde il riferimento all’oggetto trasmettitore.
Vuk Cosik, pioniere della net.art, descriveva così la sua esperienza con internet: “è come una esperienza religiosa, molto emotiva in un certo senso”3.
“Ciò che vi offriamo, dice la televisione, non è soltanto una visione aperta dell’«essere presenti», ma è un’esperienza totalmente diversa che è disponibile soltanto a quelli che stanno lì. Usando tutti gli espedienti dello spettacolo, la TV presenta ai suoi telespettatori nuovi e moderni modi di partecipazione in sostituzione di quello vecchio”4.
Allora spesso si cerca di educarsi attraverso lo schermo, attraverso un film, un documentario, un tutorial su youtube. Si ha l’impressione che attraverso lo schermo si possa imparare qualcosa, sulla vita, su come funziona il mondo, si ha l’impressione di essere a contatto con la realtà trasmessa.
L’impressione estetica quindi si pone come stimolo e come risposta, non fosse altro che la risposta – attraverso supporto – avvolge lo spettatore in un abbraccio condizionante. Cioè non si dispone come filtro che lascia tra-passare la realtà, ma si riversa come realtà stessa e come realtà prodotta, perlopiù a fini commerciali o politici.
La velocità assoluta con la quale l’informazione si riversa nel vissuto umano non solo lo condiziona attraverso supporto, ma anche non lascia punti fissi. Nelle differenti scale dimensionali le realtà si confondono, confondendo anche la memoria, che tende a non differenziare tra esperienza digitale e non.
Il forsennato divenire della tecnica, il suo produrre e consumare, si svolge in una temporalità sempre più effimera; la circolazione delle idee – e soprattutto la circolazione di informazioni in forma di tesi ed antitesi propria delle democrazie – a velocità istantanea, produce polisemia anche nelle conoscenze sicure, ove ancora ve ne fossero. Qualsiasi manifestazione ha la sua contromanifestazione; il non avere un pensiero unico, il fluire continuo di eccezioni alle regole, cerca un pensiero forte, che smetta di pensare i contrari.
Ma il pensiero forte, nella cultura mediata dai media, nella cultura cioè del sovraccarico di significato, non può basarsi altro che sull’illusione, o sulla persistenza dell’immagine.
L’immagine è l’unico pensiero forte della società dello schermo, in quanto la potenza descrittiva dell’immagine è molto più sicura della parola e molto più semplice da recepire. La velocità e la voracità dell’immagine vuole una fruizione sentimentale, cioè predilige una impressione estetica dei sentimenti.
In questo contesto fatto di stanze neuronali illuminate da telecamere, l’autorità, prima fatta di luoghi di accesso che non tutti potevano oltrepassare, diventa un fattore di notorietà, di presenza estetica, o di presenza nell’immaginario collettivo.
L’immagine detiene il primato sulla narrazione dell’uomo (che tele-appare su schermi elettronici), e inizia a produrre un consenso (anche economico e politico) che non si basa sull’autorità, ma sulla verità dell’esserci (quotidiano, abituale, nell’immaginario collettivo).
Gli schermi generano affezioni che vengono memorizzate, tanto più intensamente quanto più l’oggetto culturale o il soggetto (ad esempio un politico) si presentano facilmente fruibili e ripetutamente, come accadeva nella cultura orale.
L’impressione estetica dello schermo elettronico traduce il mondo nella sottomodalità appunto visiva e auditiva, e imprime i propri processi cognitivi a supporto dell’uomo. I nostri sensi possono essere ingannati, ma se l’inganno ha delle regole a cui gioco senza che il gioco abbia una fine, allora il gioco appare diabolico. Nel senso che la maggior parte degli spettatori potrebbe confondere le quotidiane esperienze elettroniche, con il senso della realtà “vero”. Allora le immagini dei media creano l’unico mondo possibile della cultura contemporanea, e la reazione dell’uomo non può essere altra che assecondare questo mondo senza comprenderlo razionalmente.
1 L. Wittgenstein, Lezioni sull’estetica (1938), tr. it., Adelphi, Milano 2005, p. 71.
2 Ibidem, p. 103.
3 Tilman Baumgärtel, Intervista a Vik Cosic (1997), in www.d-i-n-a.net/vuk-tilman_p.html.
4 D. Dayan e E. Katz, Le grandi cerimonie dei media, tr. it. 1993, p. 112.