I mezzi di comunicazione producono una realtà che viene chiamata ciber-spazio. Questo tipo di spazio è quello tipico del calcolatore e permette una risposta o una azione diretta sullo schermo. Il ciber-spazio è uno spazio navigabile, formato da una miriade di database ordinati attraverso algoritmi.
Nell’esperienza istantanea fornita dall’impressione estetica esercitata dallo schermo elettronico, le risposte possono essere di tipo passivo, cioè attraverso una auto-sospensione dalla realtà circostante, per una immedesimazione nello schermo, oppure di tipo attivo, cioè attraverso una pressione sullo schermo o sui comandi dello schermo.
Si tende a pensare che le immagini generate dal calcolatore “ex novo” siano destinate attraverso l’innovazione tecnologica e l’innovazione algoritmica, a diventare pari pari la realtà. I formati in cui viene posta la realtà possono sembrare più o meno realistici. Il «realismo» vorrebbe diventare una misura per giudicare l’approssimazione con cui le immagini si riferiscono al reale non mediato1. In effetti una fotografia digitale arriva a livelli di definizione che vanno ben oltre la vista umana. Ma non può essere giudicata uguale alla realtà fisica che ha fotografato. Per quanto riguarda le immagini in movimento, anche esse vengono paragonate alla realtà fisica che narrano, anche esse mettono in rilievo aspetti prima in ombra della realtà fisica. Allo stesso modo si ricerca nella grafica computerizzata del calcolatore un realismo cinematografico. In altre parole si vorrebbe trovare degli algoritmi in grado di calcolare tutte le variazioni dell’immagine fisica reale. Ad esempio le ombre, le sfumature, il movimento, l’espressione del volto, le rughe, l’ambiente circostante, tutto simulato tramite calcolatore.
Da questo punto di vista si può dire che l’animazione computerizzata sia una “realtà irregolare”, come dice Manovich. Cioè se si dovesse seguire la misura del realismo fisico dell’aura benjaminiana per dare o meno la palma di realtà più vera si direbbe che è una realtà diversa, irregolare.
Questioni sulla produzione di ombre, di oggetti naturali come un albero che deve crescere e ramificarsi, e questione di algoritmi di decodifica che separatamente compongono porzioni di realtà, sono questioni importanti, ma perdono d’importanza nel momento in cui avviene una volontaria sospensione del giudizio per una immedesimazione totale.
L’utente del calcolatore non distigue tra diverse realtà e tende ad agire sia passivamente sia attivamente, questa esperienza sempre differenziata rappresenta la risposta più tenace alla sovrapproduzione di informazione, e probabilmente l’unica a disposizione.
Sono d’accordo con Manovich, quando dice: “le immagini sintetiche generate al computer non sono una rappresentazione di serie B della nostra realtà, ma una rappresentazione realistica di una realtà diversa”2.
Si è già accennato al fatto di una contingenza tra queste due realtà, è innegabile, ma è anche innegabile che siano due realtà distinte. Si può dire che il ciber-spazio produca un effetto realtà. Lo scopo di questa ricerca è capire come sia strutturato questo nuovo “effetto realtà”; la domanda non è: quale di queste realtà sia più verosimile?, ma: come si trova lo spettatore/utente a contatto con questo nuovo ambiente, e come considerare questo nuovo ambiente?
Il ciber-spazio digitalizza la realtà, la decostruisce per sintetizzarla in una dimensione rappresentativa della realtà stessa, che oltre ad una dimensione rappresentativa, più o meno dotata di senso, presenta una dimensione di controllo, da parte dell’utente.
Lo spettatore durante uno spettacolo cerca volontariamente di immedesimarsi nelle immagini, o nella musica, e alternerà immedesimazione totale a nessuna attenzione; l’utente del computer in più deve agire sullo schermo, ad ogni avvio di un programma egli impartisce un ordine.
Lo spettatore/utente ha questa duplice funzione simultanea, per un verso sottostà all’illusione, per un altro verso sospende l’illusione e riesce a controllarla, seppur nella confusione dei diversi piani dimensionali, rappresentativi del reale fisico.
Lo schermo di un calcolatore propone un’immagine sovrapponibile, la sua cornice riesce a differenziare l’immagine e a sovrapporla nella sua grafica 3D, ci sono degli strumenti–immagine che consentono un movimento diretto sugli oggetti dello schermo, che una volta stimolati possono produrre azioni e possono allargarsi ulteriormente, sovrapponendosi agli ambienti precedenti. Una pagina web presenta un intero differenziato che attraverso degli strumenti elettronici permette di navigare in campi o ambienti che a loro volta rinviano ad altri ambienti ed altri campi. “Possiamo dire che lo schermo alterna senza sosta la dimensione rappresentativa con la dimensione di controllo”3. In un attimo passiamo da un universo fantastico ad una serie di bottoni virtuali che permettono e richiedono l’intervento dell’utente.
Gli schermi elettronici permettono di imprimere un’impressione estetica sull’uomo, che non cerca un cieco assoggettamento ma piuttosto un lasciarsi volontariamente ingannare.
La percezione dello schermo e delle realtà da esso trasmesse, si manifesta in questo suo duplice essere di illusione e azione.
L’illusione di agire diventa una azione concreta che ha delle ripercussioni sul mondo in cui viviamo. Illudere e illudersi diventa prerogativa del nostro modo di agire, l’illusione diventa realtà.
1 Quel reale dell’aura di cui parla Benjamin
2 L. Manovich tr. it. 2005, p. 255.
3 L. Manovich tr. it. 2005, p. 262