A partire dal XIX secolo i supporti per la riproduzione automatizzata hanno permesso di accumulare un quantitativo senza precedenti di informazioni, di tutti i generi. Dal catalogare foto al catalogare video, gli oggetti si ammassano e bisogna continuamente etichettare e archiviare.
Nel XXI secolo tutte le nuove forme di catalogazione o di produzione di oggetti mediali vengono attuate attraverso il calcolatore.
Il calcolatore è un eseguitore di ordini, di solito attua un processo che porterà ad un risultato. Le informazioni si basano su processi effettivi o algoritmi. “Per assegnare ed eseguire un algoritmo è necessario rappresentare, o codificare, i dati con simboli sui quali si possono compiere le operazioni indicate dalle istruzioni, anch’esse codificate”1.
L’algoritmo è sempre in atto, è l’attività logica del calcolatore, è legato al tempo che ci vuole per essere eseguito, e all’energia che si deve impiegare. E’ una sorta di entità fisica teorica.
In un videogioco, in facebook, l’utente scopre le regole, sorpassa delle prove progressivamente; le regole che muovono l’universo del gioco sono gli algoritmi.
L’algoritmo avviene in un supporto ed è legato a leggi fisiche ben precise, al cambiare del supporto può dare esiti diversi. Tutto ciò che influenza il supporto, la struttura fisica, i ritardi temporali, il sovraffollamento delle azioni, influenza anche l’algoritmo.
Si può dire che la conoscenza del calcolatore si esprime in algoritmi o programmi di azioni; solo un algoritmo può sintetizzare o programmare una memoria di vaste dimensioni.
Il database si presenta sia come memoria delle operazioni tecniche (automatica), sia come memoria di massa, in altre parole si può parlare di memoria dinamica, cioè di una memoria sempre in azione.
Una base di dati (ad esempio facebook) viene modulata creando una piattaforma dinamica che consente l’ordinamento e il reperimento successivo dei dati. Il database dà la forma alle informazioni, traendone un intero differenziato nei suoi elementi; è un filtro che rende il fluire dell’informazione meno arrembante, e che compie delle azioni pre-ordinate per limitare la differenza temporale tra voluto e trovato.
Per limitare il tempo di fruizione del catalogato l’uomo stesso deve comprendere l’algoritmo con il quale i dati vengono risolti.
Il database fornisce all’utente un’interfaccia dalla quale egli riesce a operare sulle informazioni. Il suo operato dovrà certo sottostare alle regole del gioco.
In questo senso implementiamo una azione sul calcolatore, ma allo stesso tempo i programmi di implementazione implementano la loro logica algoritmica su di noi. L’utente deve costituirsi un’immagine mentale del modello del principio di funzionamento del calcolatore – e del database. Questo certamente ha delle ripercussioni sul modo di vivere umano.
Come dice Manovich: “Qualunque processo o compito viene ridotto ad algoritmo […]. Analogamente qualunque oggetto o fenomeno – la popolazione di una città, l’evoluzione dell’atmosfera nell’arco di un secolo, una sedia o il cervello umano – viene modellato come struttura dati, cioè come una serie di dati organizzati in modo da garantirne la ricerca”2.
Manovich dice anche che nel loro insieme i database e gli algoritmi sono per quanto riguarda il computer le due metà dell’«ontologia del mondo».
Nell’era dei computer il database diviene una forma culturale a sé, in quanto presenta il suo mondo.
L’uomo della cultura contemporanea è costretto continuamente ad archiviare informazioni e spesso le scambia via media elettronici.
Possiamo definire il database come portatore di una nuovo mondo. E possiamo definire internet come il mega-database, che presenta un mondo virtuale navigabile, ma instabile come le onde dell’oceano.
In questo contesto il libro o il film perdono la loro esclusiva narrazione del mondo, e si affacciano nuovi contesti e nuove narrazioni. “Nell’era dei computer, il database diventa il centro del processo creativo. Storicamente l’artista realizzava un’opera unica all’interno di un determinato mezzo. Perciò l’interfaccia e opera coincidevano; cioè, non esisteva il livello dell’interfaccia. Con i nuovi media, invece, il contenuto dell’opera e l’interfaccia diventano entità separate, perciò è possibile creare diverse interfaccia che portano allo stesso contenuto”3.
La narrazione tradizionale vuole produrre un senso che deve essere fruito dallo spettatore, e che sottostà ad una logica basata sullo stilema della narrazione stessa, cioè sulla logica causa–effetto.
Il computer al contrario riesce a creare una narrazione che astrae dal contenuto della narrazione; può attuare una azione sul testo che non tiene conto dei contenuti, ma tiene conto solo delle uguaglianze o decodifica dei dati, eseguiti da un algoritmo. Non è cosa da sottovalutare.
Il database, più che narrare, compone e scompone un mondo, anche di vaste dimensioni, attraverso un algoritmo. E’ l’algoritmo che decide, e che opera su dei processi numerici temporali che non tengono conto del contenuto, ma delle etichettature e dell’uguaglianza tra variabili.
Viviamo in un mondo di oscuri algoritmi mascherati da interfaccia.
1 G. O. Longo (2000), p. 49.
2 L. Manovich, tr. it. 2005, p. 278.
3 Ibidem, p. 282.